sabato 11 dicembre 2010

domande fondamentali 3

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Logos o Bios?
Esiste un simpatico programma ormai presente su molti siti internet: un riquadro che segnala i contenuti più letti e quelli che lo sono meno, ingrandendo o diminuendo le dimensioni dei caratteri delle parole chiave che li rappresentano. L’immagine è perfetta per rendere conto della sensazione registrata durante i tre giorni della Scuola: termini come “potere”, “violenza”, “individuo” sono lentamente rimpiccioliti mentre andavano ingrandendosi espressioni come “potenza” e “libertà” e “soggettivazione”. L’operazione che può portare a un dialogo positivo tra parola e azione è quella che determina in primo luogo un pensiero sul linguaggio della politica e della filosofia e sui termini chiave che intersecano entrambi i campi.
L’idea di potere è stata la prima a essere posta al vaglio dell’analisi. Come vede bene Cantarano, la politica moderna, che si realizza nella forma della democrazia rappresentativa, traduce l’idea del potere come potere di delegare, libertà di lasciar fare o di non fare. All’apice della politicizzazione non può che esservi l’antipolitica, cioè l’inutilità della politica. Il conflitto, che rappresenta il principale problema della convivenza tra diversi, è completamente risolto e depotenziato nella gestione puntigliosa della struttura sociale, culturale e biologica in cui le forme di vita si determinano. Il sentimento antipolitico è proprio di un mondo “modernamente” realizzato, cioè senza più conflitto, proprio di una politica che non è più pratica di contenimento del Male, ma modello di produzione del Bene, una forma di comunanza che estromette il conflitto capace di assorbire le istanze tra di loro in opposizione e lo sostituisce con un modello ideale. Cantarano ha infine ritrovato in questo meccanismo il rapporto perverso che si è innescato tra prassi e teoria, dove la teoria serve solo a formulare modelli di buon governo invece di immergersi nella prassi che la quotidianità impone.
Il percorso segnato da Ida Dominijanni si basa sull’accostamento sinonimico tra biopotere e biopolitica, sviluppando l’analisi di una delle diadi che ha caratterizzato le forme politiche della modernità: pubblico e privato. Lo sfondamento del privato nello spazio del pubblico, e viceversa, cui assistiamo nella società contemporanea non è che l’ennesima affermazione di un ordine simbolico e sociale incapace di riflettere sulle istanze che pone il paradigma biopolitico; incapacità che spesso si converte nella frustrazione del grande potenziale di libertà che possiede l’entrata della vita nella politica. Da una prospettiva che riprende anche le fila del pensiero femminista, la deformità di questo rapporto, fomentata da media e vicende politiche, lascia nascosto il più proficuo binomio personale/politico. Si intende con questo che il personale è politicizzabile, diventa oggetto di riflessione con un valore che ricade sull’azione comune. Non tutto è biopotere, ed è proprio nei processi di soggettivazione che il singolo intraprende, accogliendo la pluralità, che si può ancora limitare uno spazio pubblico in cui è pensabile la costruzione della libertà.
Sulla soggettività è tornato, nella lezione conclusiva, Pietro Barcellona. La singolarità del suo intervento si è vista soprattutto nella forma particolare che egli ha scelto per discutere del desiderio degli individui di essere felici: la forma del dono. Il filosofo catanese, raccontando momenti significativi della sua personale esperienza di vita e richiamandosi ad autori come Luisa Muraro e Pier Paolo Pasolini, ha intessuto il discorso sulla ricerca della felicità con la necessità, pericolosa ma ineludibile, di esporsi agli altri, praticandola di fatto durante il suo intervento a Roccella.
Il momento finale è stato quello della tavola rotonda, che ha raccolto dinamicamente le multiformi istanze manifestatesi. Prima dell’inizio tutti, tra partecipanti e relatori, si sono trovati riuniti nella saletta della segreteria in modo del tutto informale a discutere le sorti di un evento come questo: cosa è mancato, cosa ci si aspettava, cosa ha sorpreso positivamente e come migliorarsi. Le varie posizioni che sono emerse sono affiorare anche nel succedersi dell’incontro ufficiale. Tante le domande che chiedevano di riannodare i concetti del logos filosofico alla vita, al bios, in senso socratico questa volta(1), domande che toccavano problemi nevralgici di un territorio come quello locrideo, e che evidenziavano il peso che ha sugli individui un economia globalizzata e malata come la nostra, lucidamente descritta la prima sera da Mario Alcaro. Altrettanti i contributi in cui si tornava sul tema della forma del dibattito: alle proposte provenienti da studiosi e dottorandi che hanno manifestato il desiderio di una riflessione più serrata e specialistica, si opponevano quelle di chi credeva che la società civile finirebbe per venire esclusa da un meccanismo che rischia di diventare elitario ed esclusivo, nel suo significato deteriore.
La richiesta dei giovani studiosi manifesta senza dubbio un malessere che l’Accademia, nostrana e non platonica, non è più in grado di nascondere: l’incapacità di assolvere un ruolo, anche solo teorico, forte e intransigente nel campo dello studio e della ricerca filosofica. A parte casi isolati, sono pochi i luoghi universitari in grado di accogliere una posizione così radicale, scevra da logiche ambigue e da meccanismi di potere, economico e simbolico.
La risposta di Pietro Barcellona ha considerato che l’eventuale errore di rinchiudersi, da parte degli studiosi di filosofia, non può essere scongiurato con il ricorso alla piazza: lo spazio dell’incontro deve essere delimitato e scelto da tutti coloro che vorranno occuparlo, altrimenti rischia di voltarsi in divertissement. D’altra parte, ha rilevato Giuseppe Cantarano, l’iniziativa di cui è stato direttore ha come priorità proprio quella di non trasformarsi in una copia dell’Accademia al di fuori delle sue mura. Un’ipotesi la propone, non a caso, Ida Dominijanni che si rifà al femminismo italiano e suggerisce la pratica della relazione come costruzione di un legame condiviso e dinamico in uno spazio di significazione.
In effetti, l’atto più politico che può compiere oggi la filosofia, è, a nostro parere, assumersi la responsabilità per l’esclusione che tende spesso a perpetrare, combattere la fatica che comportano per il pensiero le piccole cose e la quotidianità di chi parla a partire da sé, chiedersi perché e tornare a parlare nel mondo.
am

continua...
(1)L’accezione è evidenziata proprio dal teorico della biopolitica Michel Foucault: Socrate è capace di un “discorso vero”, la parresia, poiché riesce a creare un’armonia tra il logos, il discorso razionale, e il bios, il modo in cui si vive, lo stile di vita. Foucault M., Discorso e verità nella Grecia Antica, Donzelli Editore, 2005, pp. 65-67.







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